Tullio Vittorio Giacomini - C'era una volta una candela PDF Stampa E-mail

Tullio Vittorio Giacomini
FRATTEROSA Convento di Santa Vittoria
PESARO Chiesa della Maddalena
FANO Convento di Santa Maria Nuova
ASSISI Pinacoteca Comunale

Tullio Vittorio Giacomini

Il ragazzo mio padre... al lume di candela

La mia favola, anche metafora dell’amore di un ragazzo per una ragazza, è un viaggio. Un viaggio da questa mia vecchia età ai lumini dei notturni di Candelara... lassù alle colline sopra Pesaro. Dove mio padre era medico. Dove un lumino, appunto, in una casa di campagna, sotto un cielo buio -deterso da ogni chiarore “inquinante”- era un segno di vita pacifica e vitale!. Ed una candela accesa accendeva il tremolare gentile, nel cuore, di pensamenti buoni: se religiosi mistici, se di varia attualità sereni.

Ma, fra i “semi” della mia favola c’è, soprattutto, il racconto di mio padre di come, nel Nobile Collegio Belluzzi di San Marino, nell’ore serali, dopo lo studio, alcuni convittori leggessero, e rileggessero, romanzi sotto una nicchia di cartone, posta sul banco di classe e illuminata da una candela. Diceva, mio padre, che quella ribalta intima -per la recita del bellissimo dovere personale di leggere e leggere e leggere- gli prendeva l’anima curiosa e la perfondeva nei volumi stessi. Poi c’è il ricordo della prima volta che vidi una zucca “spaventosa” -minacciarmi col suo volto di strega acceso dalla candela. Mi restò impigliato nei sentimenti un brivido di paura. Un brivido felicemente capace, in tutti gli anni a venire, di recarmi durante dialoghi solitari -con tutte le voci della notte- gentili “vibrazioni” di pensamenti panici. Già!, lumi della notte, e contemplazioni dell’infinito di fuori e dell’altro di dentro. E c’è! c’è una mia allegra necessità, di “vagolare” per versi e prose, che mio padre “m’infisse” nei desideri. Così -per giungere “alla contemplazione” di una Candela innamorata di una Stella- ho anche contemplato e la magia di scene e “protagonisti” della pascoliana “Gelsomino notturno” (a me già noti dall’infanzia candelarese) e i turbamenti simbolisti “rappresi” in quei versi Pascoliani. Meglio intesi quando mi feci consapevole degli amori e dei sensi.

Ho visto dunque un lume salire la scala ed ho cercato di immaginarlo acceso quando sembrava, a detta di Pascoli, di già spento. Tutto ciò -dopo le struggenti ricordanze SAMMARINESI di mio padre nel Nobile Collegio Belluzzi- anche per chiara e gentile colpa di Tibullo. Io, infatti, rivisito molto spesso “le sudate carte” latine della media e del liceo. E da sempre ricordo - perché la scuola volle grazie a Dio! che le memorizzassi (in metrica) - non solo alcune elegie. E’ così che passa il lume per la scala e giunto al primo piano non s’è spento!. Infatti, Pascoli racconta, nel Gelsomino, anche della pax candida che “protegge” il notturno nella casa rustica. Ed ho pensato che in quella casa rustica la pace fosse tale “dum... adsiduo luceat igne focus... mentre il focolare risplenda di un lume perenne!... Céra una volta una candela, affacciata alla finestra nel suo vestito nuovo per la festa...

Tullio V. Giacomini

Tullio Vittorio Giacomini FRATTEROSA Convento di Santa Vittoria PESARO Chiesa della Maddalena FANO Convento di Santa Maria Nuova ASSISI Pinacoteca Comunale  Il ragazzo mio padre... al lume di candela La mia favola, anche metafora dell’amore di un ragazzo per una ragazza, è un viaggio. Un viaggio da questa mia vecchia età ai lumini dei notturni di Candelara... lassù alle colline sopra Pesaro. Dove mio padre era medico. Dove un lumino, appunto, in una casa di campagna, sotto un cielo buio -deterso da ogni chiarore “inquinante”- era un segno di vita pacifica e vitale!. Ed una candela accesa accendeva il tremolare gentile, nel cuore, di pensamenti buoni: se religiosi mistici, se di varia attualità sereni. Ma, fra i “semi” della mia favola c’è, soprattutto, il racconto di mio padre di come, nel Nobile Collegio Belluzzi di San Marino, nell’ore serali, dopo lo studio, alcuni convittori leggessero, e rileggessero, romanzi sotto una nicchia di cartone, posta sul banco di classe e illuminata da una candela. Diceva, mio padre, che quella ribalta intima -per la recita del bellissimo dovere personale di leggere e leggere e leggere- gli prendeva l’anima curiosa e la perfondeva nei volumi stessi. Poi c’è il ricordo della prima volta che vidi una zucca “spaventosa” -minacciarmi col suo volto di strega acceso dalla candela. Mi restò impigliato nei sentimenti un brivido di paura. Un brivido felicemente capace, in tutti gli anni a venire, di recarmi durante dialoghi solitari -con tutte le voci della notte- gentili “vibrazioni” di pensamenti panici. Già!, lumi della notte, e contemplazioni dell’infinito di fuori e dell’altro di dentro. E c’è! c’è una mia allegra necessità, di “vagolare” per versi e prose, che mio padre “m’infisse” nei desideri. Così -per giungere “alla contemplazione” di una Candela innamorata di una Stella- ho anche contemplato e la magia di scene e “protagonisti” della pascoliana “Gelsomino notturno” (a me già noti dall’infanzia candelarese) e i turbamenti simbolisti “rappresi” in quei versi Pascoliani. Meglio intesi quando mi feci consapevole degli amori e dei sensi. Ho visto dunque un lume salire la scala ed ho cercato di immaginarlo acceso quando sembrava, a detta di Pascoli, di già spento. Tutto ciò -dopo le struggenti ricordanze SAMMARINESI di mio padre nel Nobile Collegio Belluzzi- anche per chiara e gentile colpa di Tibullo. Io, infatti, rivisito molto spesso “le sudate carte” latine della media e del liceo. E da sempre ricordo -perché la scuola volle grazie a Dio! che le memorizzassi (in metrica)- non solo alcune elegie. E’ così che passa il lume per la scala e giunto al primo piano non s’è spento!. Infatti, Pascoli racconta, nel Gelsomino, anche della pax candida che “protegge” il notturno nella casa rustica. Ed ho pensato che in quella casa rustica la pace fosse tale “dum... adsiduo luceat igne focus... mentre il focolare risplenda di un lume perenne!... Céra una volta una candela, affacciata alla finestra nel suo vestito nuovo per la festa... Tullio V. Giacomini

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