Nelle icone metafisiche PDF Stampa E-mail

Persona di sentimenti, creatura di fremiti e delicate attenzioni e visioni, la sua assenza parvente sui volti immobili dell’eternità delle sue sculture, Matthew Spender è creatura di questo nostro tempo nella stagione dell’anima.

Le sculture e le opere di Matthew Spender sono stenografia dell’anima, delle sue passioni, del suo mirare e trasferire la Sua anima da questo tempo a quello dell’eternità. Questa sua opera è una sofferenza non medicabile, è un obbligo a ubbidire e a cercare faticosamente con la forma il compito visivo assegnatogli. Queste opere sono una terra ignota della vita dell’artista, un paese dell’anima, che non si fa intaccare né straziare dal mondo, accessibile solo dallo sguardo dell’eterno, che non giunge alla conflittualità della ragione ma alla pace dello spirito. Con queste opere l’artista Spender comincia la sua poesia. Il percorso di quest’opera è l’autobiografia di un’anima, il cammino di una vita interiore verso la contemplazione extatica, una lettere sulla condizione femminile spedita all’eterno. Una lettera esatta, intera, integra, senza sbavature o errori. Parole rivolte a una stagione che non muta con la passione di un’anima che reagisce agli umori e alle atmosfere di un tempo, ininterrotta, che esprime solo respiro, visione, contemplazione.
L’artista è intento a guardare l’ipostasi della persona, la sub stantia eterna che non muta, uno sguardo che da lontano non parla d’altro che di noi, del “qui e non ancora”, di un’attesa che si fa liturgia di apocalipsis, di rivelazione delle cose credute e sperate per l’eterno.
Di queste forme, con cui si vuole vivere ogni stagione dall’infanzia alla pienezza dell’età, si è attratti e si vuole convivere. Queste forme sono pienezza di terra e di sguardo, di visione e di storia.
Questi volti racchiudono lo spazio dell’eternità e lo spazio di questo tempo, in cui si può camminare. L’unica condizione è il silenzio, l’afasia, la delicatezza, il non turbamento, l’abbandono. Noi ci muoviamo e loro ci guardano. Noi guardiamo e loro sono il fondo lontano di un sentiero ininterrotto di vita e possibilità. Loro ci appaiono nel loro sguardo perduto e lontano e noi le supplichiamo di renderci possibile il convivere con le loro icone.
Di icone metafisiche si tratta. Sono ipostatizzazione della persona, come quei dignitari intorno a Teodosia nell’affresco bizantino di Ravenna. Queste forme sono la trasfigurazione del reale sul monte Tabor evangelico. Loro vedono con i nostri occhi. Questi occhi delle sue sculture non sono ciechi, vedono, sentono, fiutano, inspirano tutto quello che vedono, amano e sono abbandonati nella disponibilità. Conosciamo sulla nostra pelle la loro grandezza, dismisura, altezza, profondità, prossimità e lontananza. Ci bruciano ogni ferita. Ce la curano, tutto di noi va nel loro eterno fiume. E di esse si ha nostalgia come se l’avessimo visto solo ieri, e invece le abbiamo incontrate una sola volta, ma le abbiamo riconosciute  (re-connaitre diceva  P. Claudel, rinascere di nuovo con).

Carmine Benincasa

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