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Alessandro Riva Alberto Mingotti tra sperimentazione, koiné dialettale e suggestioni contemporanee Rari sono, oggi in Italia, gli scultori. Rari, in quanto la scultura non s’insegna che in altrettanti rari casi, si acquista poco, si pratica con difficoltà. Rari, nella misura in cui l’installazione, questo strano oggetto senza codici né leggi predefinite, viene oggi contrabbandato come l’unico, vero depositario, per quel che riguarda la terza dimensione, della complessità del contemporaneo. A trent’anni di distanza dalla profezia martiniana sulla scultura come “lingua morta”, dunque, il linguaggio plastico appare, se non estinto, certamente confinato in un’ideale, ristrettissima sorta di riserva indiana all’interno della quale gli è dato continuare ad esercitare i suoi trucchi e i suoi tranelli visivi. Rari, e tuttavia vivi, effervescenti, più che mai fervidi e attivi gli artisti che vi si applicano, come stregoni depositari di antichi segreti ormai quasi scomparsi dalla memoria popolare. Alberto Mingotti è, di questi, uno tra i più sensibili, tra i più intellettualmente acuti e alchemicamente ricchi di soluzioni insieme antiche e formalmente nuovissime, di idee a prima vista bizzarre e tuttavia straordinariamente semplici e lineari, di escamotage linguistici che recuperano a un tempo tecniche classiche e soluzioni formali perfettamente in linea con le suggestioni del presente, elementi puramente decorativi e suggestioni dalla forte carica simbolico-narrativa, tecniche artigianali e scarti linguistici rafinatissimi, archetipi culturali preclassici o primitivi e giochi concettuali assolutamente moderni. La forza della sua scultura è nell’essere a un tempo ruvida e “primitiva” senza forzature e in virtù di questo assolutamente contemporanea, nell’essere consapevolmente e sapientemente artigianale e dialettale in un mondo ormai fatalmente omologato e standardizzato dal punto di vista linguistico, nell’essere semplice, diretta, volutamente anti-intellettuale in una dimensione in cui tuttavia il gioco dei linguaggi incrociati (la materia stessa, i trattamenti, le cotture, gli smalti, le dorature persino, il recupero di tecniche arcaiche e semidimenticate) ne fanno un caso rarissimo di repechage colto e linguisticamente raffinato con forti valenze mentali e concettuali. Alberto Mingotti non racconta storie, non mette in scena complessi teatrini plastici o antiche favole mitologiche. Mingotti prende a prestito, semmai, personaggi e archetipi dal vasto bacino del mito, della cultura popolare, della vita quotidiana e famigliare per fisssare, in pochi elementi plastici, un volto, una situazione, un sentimento che gli s’è attaccato alla pelle o una figura simbolica che gli s’è affacciata alla mente per qualche strano gioco del destino o del caso. Nascono così, con la spontaneità delle grandi figure primarie - di una propria personalissima e intima mitologia d’artista –, dall’intuizione d’una forma, d’una situazione, di un reciproco scambio di gesti silenti e quotidiani, quelle figure a un tempo intime, di quella intimità famigliare o propria delle lunghe e salde amicizie, che sono i due compagni che si danno una fuggevole carezza o che parlottano piano piano tra loro, o il padre che si porta appresso, sulle spalle, il figlioletto, o i misteriosi “portatori di nutrimenti quotidiani”, o ancora l’artista modellato ad altorilievo nell’intimità del proprio studio, a stretto, strettissimo contatto con la propria creatura plastica (“perché non parli?”), o i tanti gesti solitari, segreti, che nascono da una profonda famigliarità con se stessi, col proprio corpo e ancora di più con la propria identità più nascosta: quel portarsi una mano al cuore, o all’orecchio, o alla bocca, quel “portare se stessi”, quel portar su una spalla, come un animaletto al tempo stesso fastidioso e necessario, un bizzarro alter ego in miniatura, quel cercare dentro se stessi, o in una figura che è pura forma simbolica – il vaso – una qualche soluzione alle mille domande alle quali ogni giorno, nel complesso dialogo con noi stessi, cerchiamo inutilmente di rispondere. E in questo ripetutamente tornare alle forme primigenie del modellare – i vasi, le ciotole, i piatti –, in questo far dialogare, inaspettatamente, queste forme semplici con la figura umana, in un gioco a rimpiattino visivo che è a un tempo seduzione della forma, calembour mentale, gioco concettuale e riflessione sul linguaggio, Mingotti si dimostra quant’altri mai consapevole della sfida di fronte a cui la contemporaneità fatalmente lo pone: quel dover sempre riaffrontare i nodi irrisolti della forma, quel mettere a confronto, senza complessi di inferiorità né timidezze, gli archetipi formali del mestiere fin nei suoi aspetti più elementari e gergali con le strutture primarie del nostro pensiero e della nostra sensibilità, quel tornare sempre all’origine, all’uomo in sé, nudo e crudo, ai suoi sentimenti, alle sue relazioni e ai suoi affetti primari, così come alla forma semplice, elementare, del vaso, del contenitore, dell’oggetto d’uso. E ugualmente corrispondente al senso più profondo del suo modellare è quell’utilizzare le tinte basi – i blu, i rossi, anche le dorature -, quello stendere uniformemente gli smalti, in una preziosità antica e tutt’altro che leziosa, come elementi decorativi puri, quell’estremizzare e sintetizzare la forma-base, anche dialettale, della scultura, con una sensibilità antinaturalistica per eccellenza, fortemente simbolica, di immediato impatto visivo, delle forme. E’, in sostanza, la vocazione popolare, volutamente (e anche sofisticatamente) gergale della pratica scultorea: quella che affonda le sue radici nella migliore tradizione delle tante culture artigianali e locali italiane, ma che pesca le sue immagini, i suoi archetipi, i suoi simboli indifferentemente dalla cultura alta, quella religiosa o mitologica, o dalla strada, o direttamente dall’esperienza quotidiana. E’, in breve, la miglior vocazione della plastica italiana, in perenne, sottile e delicato equilibrio tra alto artigianato, forma simbolica, dimensione affettiva e pura tensione plastica. Alessandro Riva |



